Vorrei essere un colibrì

Perché proprio un colibrì?
Vorrei essere allegra come i suoi colori, ma non basta.
Il colibrì è così piccolo da stare in una mano, talmente fragile che basta una piccola pressione per soffocarlo. Allo stesso tempo ha la forza di non fermarsi mai, batte le ali velocissimamente, consumando 30 volte più energia di un essere umano. E' libero di volare dove vuole, senza freni.
In meno di 2 grammi racchiude la perfezione.
Vorrei essere un colibrì.

lunedì 5 gennaio 2015

13. Esisto ancora

Silenziosa e invisibile mi aggiro tra la gente. Ancora qualcuno mi vede, ma non è possibile guardarmi. Io ancora mi vedo, ma non so guardarmi, non so se quell'immagine riflessa sono io.
Sto meglio, questo si, ma ripenso con nostalgia ai momenti in cui le briciole erano sotto il mio controllo. Avevo l'illusione che niente potesse sfuggirmi di mano e mi sentivo potente. Potente ma senza la forza di alzarmi in piedi. Ora sto meglio, ma mi sento meno di niente. Non sono nessuno, nel mio continuo sparire. Non sono nessuno, seppure abbia un nome. 
Ho un equilibrio quasi normale, ma non mi piace. Perché bisogna per forza sembrare normali per vivere? 
Voglio stare da sola, ma ho bisogno di qualcuno. 
Pensieri confusi.

E intanto i vestiti diventano più larghi, ma la gabbia si fa sempre più stretta.

Mi hanno detto che la vita è un teatro, ma nessuno mi ha spiegato che non esiste un copione. Eppure io mi comporto da copione. Sto bene, è questo quello che vogliono. È questa la parte che mi è stata assegnata. Forse se riuscirò a impersonare bene questo ruolo la gabbia si aprirà. 

Forse perdendo me stessa mi ritroverò.


giovedì 25 settembre 2014

12. Tre passi avanti e due indietro

Ho fatto un sacco di progressi, e sono contenta di ciò, solo che, quando mi accorgo di essere andata troppo avanti, mi volto indietro, dò di nuovo un altro sguardo in avanti e l'ignoto mi fa paura, allora torno sui miei passi, almeno in parte. Però sono contenta, davvero, tra la me di qualche mese fa e la me di adesso c'è un abisso.



                                               I progressi: 
Ho passato lo scorso finesettimana a casa degli zii, consapevole che mi avrebbero messo all'ingrasso come un maialino, loro sono fatti così, stare insieme significa mangiare e mangiare insieme corrisponde ad essere felici. Qualche mese fa sarei enrata nel panico, avrei cercato qualsiasi scusa per rimandare l'incontro, sarei morta dai sensi di colpa. Adesso invece è stato diverso. Non è stato semplice, comunque mi sentivo in colpa e dovevo assolutamente stare in movimento, però non mi sono disperata, ho accettato la cosa con rassegnazione, consapevole che quei giorni avrei dovuto passarli in quel modo, che sarebbe stata l'occasione, una volta tornata a casa, di prendere un regime alimentare con qualche caloria in più, dimagrendo comunque. Ho sofferto fisicamente, devo ammetterlo, il mio stomaco non è abituato a tutto quel cibo tutto insieme e non tollero mangiare cose grasse, mi fanno venire la nausea, mi viene da vomitare, e ci sono stati momenti in cui davvero credevo che avrei vomitato. La cosa era aggravata dal non essere creduta, quando rifiutavo non mi credevano che mi sentivo male, pensavano che era per la dieta, e hanno iniziato a prendermi in giro, del tipo "Dai che la modella la fai a casa tua.." Oppure "Sei magra, puoi permetterti di mangiare di più", "Eddai che non devi fare la dieta con me".. Io ho provato a spiegare che così facendo non mi facevano gustare il cibo, che stavo male, ma non ero creduta. Questa è stata la cosa che mi ha fatta arrabbiare più di tutte, ma evidentemente loro non sanno cosa significhi stare male per il troppo cibo, perché mangiano sempre tantissimo, è impossibile raggiungere il loro limite. Comunque tornata a casa ho deciso di approfittare di quelle botte caloriche per mangiare sano, ma aumentando le calorie. Non è passato tutto, ogni volta che mi preparo il piatto devo combattere con una voce che mi dice di togliere qualcosa, che sia anche una semplice insalata. Io la ignoro. Mentre butto giù i bocconi mi sento sempre in dovere di lasciare qualcosa, ma vado avanti. Quando ho troppa paura di fare uno spuntino e sento l'esigenza di dimezzarlo, scendo a un compromesso: lo dimezzo, ma aggiungo un frutto. Un pò di problemi me li faccio comunque, ma lo mangio.
Bhè sul fronte alimentazione posso dirmi soddisfatta, anche se non sto sulle calorie di una persona normale. Non so esattamente quante calorie assumo giornalmente, perché tendo a contarne in eccesso, per essere sicura. I miei conti quindi sono sempre approssimativi e mi servono più che altro come "resoconto", nel senso "oggi avrò ingerito 700 calorie". In maniera molto generica e approsimativa insomma. Per qualcuno possono sembrare poche le 700 calorie (approssimate in eccesso), ma per mesi non ho superato le 100-150 calorie al giorno, corredate di attività fisiche. Quindi se ci sono giornate in cui assumo 500 calorie, o 700, è una grandissima conquista. Non voglio dirlo a voce troppo alta però, ho paura che mi piombino i sensi di colpa.

                                        I passi indietro:
Il rapporto con la bilancia era migliorato, ero arrivata a pesarmi un giorno si e uno no, oppure avevo deciso di pesarmi solo se ero andata di corpo. Su questo fronte sono tornata indietro purtroppo. Mi penso ogni mattina, seguendo i miei rituali in modo impeccabile, perché il momento della pesata è un vero e proprio rito per me. Capita di pesarmi anche in momenti diversi della giornata per monitorare i cambiamenti. Ho iniziato a pesare anche alcuni cibi, ma solo alcuni.
Il rapporto con il cibo è migliorato, ho fatto un piccolo passettino indietro, ma comunque va sempre molto meglio rispetto a prima. I rituali continuano a persistere.
Ero riuscita ad allontanarmi un pò dallo specchio, stavo riuscendo ad avere un rapporto un pochino più "normale". Ora invece è come se ci fosse un richiamo, soprattutto la notte. Mi alzo dal letto apposta per andare davanti allo specchio, davanti al quale mi scruto tutta, ogni singolo dettaglio, e ci passo un sacco di tempo incantata.
L'attività fisica è una droga, non posso farne a meno. Sono riuscita a farne poca, per un paio di settimane. Addirittura ci sono stati giorni in cui non l'ho nemmeno fatta. Adesso invece non solo ho ripreso, ma ho anche aumentato la dose. Anche un pochino in più devo farlo, per sentirmi apposto con la coscienza.
I lassativi. Quanto li odio. Sono riuscita a non prenderli per una settimana, poi per premiarmi ho deciso di prenderne un paio. E adesso ho ripreso a prenderli frequentemente. So che mi fanno male, ogni volta mi prometto che smetto, "Dai, questo e basta", "La prossima settimana cerco qualcosa di alternativo", e invece sono mesi e mesi che mi trascino avanti con i lassativi.

          I punti su cui mi sento di dover lavorare in maniera più urgente:
Primo fra tutti i lassativi. Devo fermarmi, trovare un altro modo che compensi il mio bisogno di sentirmi vuota e pulita.
Diminuire il rituale bilancia: pesarmi almeno un giorno si e uno no.
Riuscire a rilassarmi senza pensare che sarebbe meglio fare attività fisica.

venerdì 19 settembre 2014

11. Era un amore come il fuoco

Viviamo la nostra vita, la nostra routine, più o meno piacevole, però andiamo avanti.
Spesso pensiamo al futuro, che sia il giorno dopo o l'anno prossimo, a volte perché siamo costretti ad organizzarci, a volte perché desideriamo una vita diversa.
Io penso sempre al futuro ultimamente, mi faccio i film, mi immagino come saranno i prossimi mesi nei minimi dettagli, mi faccio anche i dialoghi con le persone.
Oggi all'improvviso mi sono sentita di buon umore. La giornata era partita male eh, ma non è strano che io cambi da un momento all'altro. Solo che in genere succede al contrario, mi viene il malumore. Non ho voluto guardare questo buon umore con sospetto, per non autosabotarmi. Poi “zac” è arrivata la macchiolina nera. Mi sono messa ad ascoltare delle canzoni a caso, poi ho ascoltato attentamente le parole di una canzone, sentita mille volte in giro, ma non avevo mai ascoltato con attenzione le parole. Bhè in quel momento, mentre sullo schermo del pc scorrevano le parole, nella mia mente scorreva come un film la mia vita, ma in particolare la mia vita con una persona. Era una persona importante, maledettamente sbagliata per me, ma dannatamente essenziale. Mi faceva stare male, malissimo, ma non potevo farne a meno. Era uno di quegli amori che ti consuma, c'era passione, avventura, sofferenza, rabbia, tenerezza. Un amore struggente, da film. Però era troppo dannoso per me, quindi dopo tanto tempo ho detto basta e ho voltato pagina, da un giorno all'altro, come se non esistesse più. Voi ci credete? Io no. Magari fosse stato così. Pensiero costante giorno e notte, sognarlo, cercarlo tra la gente, immaginarlo con me. Sono passati tantissimi anni, la mia vita è andata avanti, ma sento ancora dentro il magone di quel giorno in cui ho deciso di lasciarmelo alle spalle, quel giorno in cui ho deciso di scegliere il porto sicuro, stabile, e mettere una pietra sopra a quell'amore tanto potente quanto devastante.
Ricordo ancora la sua voce, il suo profumo, i suoi occhi, i suoi modi di dire, le nostre date. Ricordo tutto in ogni minimo dettaglio. Riconoscerei la sua camminata tra mille persone.
Ogni volta che piove penso a quando ci abbracciavamo stretti sotto la pioggia. Quando c'è una bella giornata penso a quando ci rotolavamo sull'erba e parlavamo del nostro futuro insieme. Nonostante il passare degli anni la città è rimasta immutata. Il nostro "stesso posto stessa ora" è ancora lì, uguale, come ad aspettare noi. La nostra panchina, forse con qualche scritta in più, è ancora lì. Quei vicoli bui in cui ci sbattavamo davanti al muro e ci baciavamo sono ancora deserti per noi.


Quante cose da dirgli.
Sono sicura che se ci trovassimo faccia a faccia da soli non ci diremmo una sola parola, sarebbe sufficiente guardarci.

Dovrei odiarlo per quello che mi ha fatto, e lo odio quando penso a che persona è. Lo odio con tutta me stessa. Ma odio ancora di più me per essere incastrata nel suo ricordo, dopo tutti questi anni e dopo la vita che mi sono costruita.
La mia vita è andata avanti, ma mi sembra tutto così falso pensando a questo.

Era un amore come il fuoco.

lunedì 15 settembre 2014

10. Sono forte

Un giorno mi sono ritrovata a parlare con una ragazza che conosco, con cui ho molte conoscenze in comune. Non so perché, mi sono sentita di aprirmi. Le ho raccontato i miei anni al liceo, quello che mi hanno fatto passare, come mi ero ridotta con il cibo e come mi sono ripresa. Lei mi ascoltava con gli occhi sgranati, sembrava quasi sconvolta. Quando ho finito il mio racconto lei mi ha detto:

"Io ti ammiro. Sapevo che quella classe era strana, ma non immaginavo accadessero queste cose. Devi essere orgogliosa di te stessa e i giorni in cui pensi al passato e ti chiudi in camera, hai paura di uscire e ti odi, devi pensare che sei riuscita a sopravvivere a quella situazione. Il ricordo non deve essere una ricaduta, ma uno sprono per sentirti forte e fiera di te stessa. Io ti ammiro e sono contenta di vederti bene."

In quel momento sono rimasta spiazzata, non avevo mai guardato la mia esperienza da questo punto di vista. Lei aveva ragione, ma in quel momento non sono riuscita a metabolizzare quelle parole, io mi sentivo comunque fragile, perché per me stare male equivaleva ad essere debole. E invece no, forse sono troppo sensibile, ma non per questo debole. La convinzione di essere fragile è dovuta solo al mio bisogno di essere accudita, di ricevere attenzioni.



Io sono forte, lei ha ragione. Non devo trovare la forza da nessuna parte, io la forza ce l'ho, devo solo dirigerla verso comportamenti sani.

venerdì 12 settembre 2014

9. Un pò della mia storia

Voglio raccontare un pò di me e dell'origine del mio disturbo alimentare.

Ero una bambina cicciottella. Ricordo che c'era sempre qualcuno pronto a prendermi in giro, fin dalla scuola materna. Le cose sono davvero peggiorate alla scuola elementare, non solo perché i compagni mi prendevano in giro e mi chiamavano in tutte le maniere, ma anche perché ho iniziato ad approcciarmi al cibo in modo sbagliato. Pur essendo piccola volevo già dimagrire, ma non sapevo come fare, così più ero triste, più mangiavo. In casa mia c'era una stanza che non veniva usata, tra l'altro in un'ala che non veniva vissuta. In quella stanza avevo un piccolo salvadanaio di latta con i miei risparmi, che usavo per andare a comprare schifezze quando a casa ero sola e che ovviamente mangiavo nascosta in quella stanza. Così mi abbuffavo, con la consapevolezza di stare peggiorando la situazione. Ma che potevo fare? Tanto magra non potevo esserlo. In quegli anni dovetti rinunciare a due mie passioni: la danza e la piscina. Ormai le lezioni di danza o di nuoto erano diventati dei momenti di dolore, non aveva senso tornare a casa in lacrime per le parole delle compagne. Da allora non ho più trovato niente che mi appassionasse davvero. Poco tempo fa sono stata ad un saggio di danza e mi sono messa a piangere nel buio. Volevo essere io leggera su quel palco.


Salto i dettagli legati all'essere cicciottella e a all'essere presa in giro, perché immagino siano cose scontate, non voglio dilungarmi in questi particolari.

Alle medie i miei genitori mi portarono da una dietologa, che scrisse una dieta su misura per me, ma mi disse: "Tanto non riuscirai mai ad andare sotto i 64 kg, il tuo fisico è questo e devi rassegnarti." Ecco, questa è stata una delle prime cose che mi ha fatto scattare qualcosa in testa. Subito io pensai: "Ti farò vedere io dove riesco ad arrivare." E così iniziai la mia prima vera dieta, corredata di attività fisica in casa con lo stepper comprato proprio per me.
Purtroppo di lì a poco fui abbandonata dai miei genitori, da un giorno all'altro andarono via e io dovetti stare a casa di alcuni parenti. Lì iniziò il mio periodo nero. Fu l'inizio di problemi di autostima, crisi di ansia, attacchi di panico, autolesionismo, avevo le labbra distrutte perché dalla rabbia me le mordevo e i polsi avevano dei solchi provocati dalle unghie, sempre nei momenti di rabbia. Iniziai con periodi di digiuni seguiti da abbuffate. Insomma la mia vita era caduta proprio in basso. Come se non bastasse dovetti trasferirmi, quindi persi tutto: le poche amiche, i nonni, i miei animali domestici, il mare, la natura. Non ero più la bambina viziata dai suoi genitori, la città richiedeva che io fossi grande e non ero preparata anche a questo. Tutt'oggi non ho un rapporto autentico con i miei genitori: mio padre non lo vedo e mia madre non ha più tempo per me.


Al liceo le cose non migliorarono, non avevo neanche una persona dalla mia parte. Una volta le ragazze si misero in cerchio a schernirmi e mi venne un attacco di panico. Loro RIDEVANO. Vi risparmio tutti i modi in cui mi chiamavano e come mi trattavano, i dispetti che mi facevano. Voglio cancellare quel periodo, troppo doloroso da ricordare. Lì iniziò la mia discesa a capofitto, iniziò il mio salto nel baratro. Iniziai inconsciamente a restringere il cibo, eliminare determinati alimenti, contare le calorie. Assumevo 500 kcal al giorno. Non assaggiavo NIENTE di quello che mi veniva offerto, perché anche una briciola mi avrebbe fatta ingrassare. Iniziarono i miei riti per i pasti, masticare in un certo modo, bere in un certo modo, rispettare gli orari in modo scrupoloso, altrimenti sarei ingrassata. A scuola avevo degli apprezzamenti dai professori e dalle compagne, che iniziarono a sorridermi e qualcuna chiacchierava con me, ma che ne sapevano loro di come stavo? Non lo sapevo nemmeno io, ero entrata in quel meccanismo in modo talmente naturale che non mi accorgevo di quello che stavo facendo. Persi 38 kg nel giro di 9 mesi, forse anche di più, perché poi la bilancia si ruppe e quando mi ripesai mi ero un pò ripresa. Non ero affatto felice, mi vedevo grassa, con le cosce enormi, non riuscivo a distaccarmi da quell'immagine di grassezza che per tanti anni mi aveva perseguitata.


Dal punto di vista alimentare le cose sono cambiate con il mio ulteriore trasferimento, dopo la maturità. Non avevo più modo di controllare ciò che mangiavo, perché non ero a casa mia. Poi non dovevo più avere il controllo della scuola, non dovevo essere perfetta e impeccabile, non dovevo vedere le mie compagne, così ho mollato la presa e mi sono rilassata, pur conservando stretti i miei sensi di colpa.

Questo ha comportato l'aumento di peso. Inoltre la situazione familiare non era migliorata, anzi... Chi guarda nel mio piatto per vedere cosa mangio, chi critica tutto ciò che faccio, chi mi dice che sono ingrassata, chi mi nasconde le cose, chi mi rinfaccia quello che fa per me. Tutto questo sommato al trauma dell'abbandono dei miei che è tornato a perseguitarmi. E quindi ricomincia la depressione e gli attacchi di panico. Giornate chiusa in casa, a letto, per paura di uscire ed essere vista. I ricordi mi annebbiavano la mente, mi rivedevo rannicchiata a terra a piangere e a urlare, mi rivedevo con i polsi devastati, mi svegliavo la notte tirando pugni. In una di queste giornate una vocina nella testa mi ha riattirata nella trappola.
I primi periodi di quest'ossessione però sono stati inconsci, mi comportavo così, pensavo così e basta. Poi ho trovato il blog di Viellina, l'ho letto tutto d'un fiato nel giro di pochissimo e ho capito che c'era qualcosa che non andava in me. Per me era naturale comportarmi in quel modo nei confronti del cibo, anzi pretendevo che anche gli altri mangiassero come me e mi infuriavo, mi facevano schifo, perché non mangiavano come me. Però ho capito che stavo sbagliando, che non era proprio la normalità quella. In realtà la cosa che mi ha fatto decidere di smettere non è stata la paura di morire, ma la paura di dover vivere così per sempre. Alla fine la morte metterebbe una pietra sopra a tutto, ma vivere portandosi dietro tutte queste ossessioni non è facile. Io non ricordo un solo cibo mangiato senza sensi di colpa. Non c'è stata una sola volta in cui vedendo una vetrina non mi sia specchiata. Non si tratta solo di restringere l'alimentazione purtroppo, perché quello, anche se con molto sforzo, puoi migliorarlo. E' tutto il resto che mi preoccupa, sono tutti gli altri pensieri ossessivi che ci sono intorno che mi fanno avere paura di vivere così. E anche le complicanze sulla salute mi preoccupano, perché se non muoio ma ho problemi di cuore, di ossa, ecc. come posso vivere? Che poi non è nemmeno vivere questo.
Se fossi tornata a controllare il cibo, sarei tornata a occuparmi solo di quello, perché in quella fase l'unica cosa che riempie la giornata è quello: i pensieri ossessivi, misurare ogni piccolo dettaglio allo specchio, toccare le ossa per vedere se sporgono di più, salire e scendere dalla bilancia. Per non parlare delle ORE passate a pianificare il menù della giornata, persino notti spese solo per quello. Con un'ossessione del genere chi ha tempo per pensare ad altro? In realtà è solo un modo come un altro di uccidersi, solo molto lentamente. Ma alla fine era quello che volevo. Tante volte avrei voluto morire e non ho avuto le palle di uccidermi, in qualche modo sarei dovuta morire alla fine. Volevo consumarmi piano piano, fino a sparire. Ne frattempo forse qualcuno si sarebbe anche accorto di me e del male che mi stava facendo.

Situazione attuale: quando ho davanti il mio piatto, preparato accuratamente, mi viene quasi da piangere, perché ho paura di non meritarmi quel cibo, perché fare la spesa costa e io sono un peso. Però mi sforzo di mangiare almeno quel poco che mi sono preparata. Ho ricominciato a inserire cibi buoni, mentre prima mangiavo solo cose che non avevano un buon sapore, perché avevo paura di ingrassare se avessi mangiato qualcosa di gustoso. Il ciclo sembra regolarizzato. Il peso è stabile, a volte scende e devo essere sincera che sono contenta. Mi sto sforzando a non andare nel panico se capita un aperitivo non programmato. Mi sto sforzando a non abbuffarmi fino a sentirmi male quando mi trovo nei posti in cui il cibo è illimitato. Sto cercando di non abusare dei lassativi, dai quali sono dipendente.

Nel frattempo ho avuto modo di pensare e ho capito i motivi per cui mi ritrovo in questo dannato tunnell.
1. Da un giorno all'altro sono dovuta crescere, non ho avuto scelta. Da bambina sono passata ad adulta senza avere una fase di mezzo. Per questo io voglio sembrare a tutti i costi una bambina, nascondo il senso, mi trucco pochissimo e raramente, mi vesto come una bambina. Durante le mie crisi di ansia, nella disperazione grido che vorrei essere una bambina.
2. Voglio differenziarmi dalla mia famiglia, della quale mi vergogno. Magrezza per me significa anche essere diversa da loro.
3. Forse se sarò troppo magra qualcuno si accorgerà del male che mi sta facendo. Ho delle persone in particolare a cui è indirizzato, e di cui non ho parlato, ma il male che mi hanno fatto e continuano a farmi è davvero tanto.
4. Voglia di sentirmi accettata.
5. Paura di tornare come ero.
6. Paura di essere vista dalle mie ex compagne di scuola, paura dei loro pensieri.

In generale questa è la mia storia. Sembra un poema ma vi giuro che è molto riassunto, non ho approfondito molti aspetti e molte situazioni.




Arriverà il giorno in cui tutto questo farà parte del passato. Ci spero. No, non ci devo sperare, perché dipende solo da me. Forza!

Un abbraccio

martedì 9 settembre 2014

8. Fuori un'altra

"Deve essere strano vivere con me. E' strano anche per me"

Charles Bukowski

Deve essere una maledizione quella che mi porto dietro: la gente non ce la fa proprio a starmi accanto.
Sono una persona molto selettiva, devo ammetterlo, non considero tutti amici, io do un valore molto alto all'amicizia e non considero una persona "amica" solo perché la conosco. Che poi anche conoscere che significa? Sapere il nome, cosa si fa nella vita, e altri dettagli futili non è conoscere. E nemmeno vedersi tutti i giorni implica conoscersi. Poi io devo essere un individuo talmente difficile da conoscere che le persone si dimenticano facilmente di me. Oppure si stufano e ci rinunciano. Le mie parole non sono dettate dal pessimismo cosmico che aleggia nella mia testa, purtroppo è così. Io non me ne capacito, eppure così sembra. Mi chiedo come sia possibile dimenticarsi di una persona con cui sei stato bene, con cui hai condiviso momenti intimi, momenti felici. Come puoi dimenticare una persona che ti ha aiutato in ogni momento? Come puoi dimenticare una persona che dicevi fosse la tua vita, la tua anima gemella, la tua migliore amica? Sarebbe come dimenticarsi di una parte di te stesso, no? Eppure è così, la gente tende a dimenticarsi di me. Le poche persone che mi conoscono lo sanno, do l'anima e il cuore alle persone a cui tengo, eppure riescono a passarmi oltre quando mi vedono, come se fossi una passante qualunque. Non c'è uno sguardo, un accenno di sorriso o di disgusto. NIENTE. E com'è possibile? Me lo chiedo anche io. Ma esisto davvero? Si può dire di esistere se nessuno ti vede, se nessuno sa che esisti? Io stringo in media un'amicizia all'anno e ne perdo automaticamente una all'anno. Bhè c'è stato un anno in cui ne ho perse tre tutte insieme.
Mi sembra così assurdo. Ogni volta metto una toppa sul cuore e cerco di voltare pagina, e anche se non avrà più un bell'aspetto a furia di rattopparlo, per lo meno rimarrà sempre il segno di ciò che è stato. Tutti i giorni penso a ognuna delle persone che ho avuto sul mio cammino e mi domando cosa facciano. Da piccola, prima di addormentarmi, facevo l'elenco di tutte le persone che conoscevo e davo loro la buonanotte, anche se non potevano sentirmi, ma almeno un pensiero dolce si era liberato nell'universo per loro.

Lo so: devo godermi il presente ed essere felice di ciò che ho. E' questo che mi dicono. Ma io lo so. Lo so come si fa a vivere una vita perfetta, a cosa è giusto pensare e a cosa è giusto dedicare attenzioni. So tutto. Ma perché devo indossare la maschera della ragazza perfetta, quando io non lo sono? Posso anche fingere che tutto ciò non mi importi e mostrarmi serena, soddisfatta... Ma a che pro? Perché "la vita ti sorride se tu gli sorridi"? Perché "cambiare l'atteggiamento è il primo passo per il cambiamento"? Fosse così semplice non ci sarebbe nessuno che soffre, saremmo tutti a posto. O forse è facile davvero ma voglio dimostrare di riuscire a sopravvivere rendendomi la vita impossibile, per poter dire: "Io vado avanti nonostante tutto questo". Chi può saperlo?! Infondo non esiste il libro delle risposte.

domenica 31 agosto 2014

7. Riempirsi del vuoto

"C'è un posto nel cuore che non sarà mai riempito. Uno spazio. Lo conosceremo più che mai. C'è un posto nel cuore che non può essere riempito. E noi aspetteremo, e aspetteremo, in quello spazio."

Charles Bukowski


Le parole hanno sempre un milione di significati: il primo è quello letterale, tutti gli altri sono i significati che ognuno di noi attribuisce.
Leggendo questa frase ho subito sentito quel vuoto che da sempre mi riempie. Quel vuoto che mi impedisce di essere felice, anche nei momenti più belli. Quel vuoto per me è come una nuvola nera che sporca il cielo sereno a primavera. Quel vuoto che mi scava fino all'anima.

Il problema però è quando quel vuoto diventa una certezza a cui appigliarsi, un rifugio sicuro. Le persone vengono e vanno via; i giorni passano, tra una notte insonne e una in lacrime; il mondo va avanti senza aspettare nessuno. Quel vuoto è l'unica cosa che resta, e forse per questo mi ostino a sguazzarci dentro. La voce che mi fa compagnia nel vuoto non esiste, è solo l'eco dei miei pensieri.



Quel vuoto non deve essere un rifugio, ma la spinta per riempirlo di vita. Prima che il vuoto prenda la mia vita.